La mia fedele compagna

La mia fedele compagna
La vita non è un cammino semplice e lineare lungo il quale possiamo procedere liberamente e senza intoppi, ma piuttosto un intricato labirinto, attraverso il quale dobbiamo trovare la nostra strada, spesso smarriti e confusi, talvolta imprigionati in un vicolo cieco. Ma sempre, se abbiamo fede, si aprirà una porta forse non quella che ci saremmo aspettati, ma certamente quella che alla fine si rivelerà la migliore per noi (A. Cronin)

giovedì 7 settembre 2017

Itaca

ITACA
(di Konstantinos Kavafis, trad. F. M. Pontani, 1961)

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto e squisita
è l'emozione che ci tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.


Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d'estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d'ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell'Egitto,
a imparare dai sapienti.


Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna a quell'approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all'isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.


Itaca t'ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.


E se la ritrovi povera, Itaca non t'ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un'Itaca.

domenica 28 maggio 2017

Maggio, adagio...

In pochi giorni è scoppiato il caldo, ancora la mattina rinfresca, ma durante la giornata si suda... Meravigliose le giornate di sole che ti chiamano a guardare il cielo ed i voli delle rondini mi riempiono il cuore. Meraviglioso alzarsi alle 5.30 e vedere la luce del nuovo giorno inondare la casa. 
E' un mese fatato, dai primi giorni di freddo, la fine è sempre più calda. 
Il risvolto meno positivo è il tempo che vola, siamo giunti ormai a metà anno e ci si sorprende forse perché con la luce viviamo meglio, viviamo più attenti, mentre il freddo e lo scuro inverno ci incupiscono e rallentano. 
Comunque, nessuna nuova, buona nuova e pertanto si continua assaporando la vita... ad majora gente! E Buona Estate!  Comunque noi siamo sempre pronti per ogni evenienza... 



giovedì 4 maggio 2017

Di bucato...


Oggi è un'incombenza veloce: si mette la roba dentro il cestello, si inserisce il detersivo e gli additivi, si programma la lavatrice e dopo aver spinto il bottone ci si dimentica del “bucato”. Una volta era tutta un’altra cosa.

Io ho ricordo di due bucati, quello della nonna in campagna e quello della mamma in città. 

La nonna aveva spazio nel cortile e davanti a casa c’era ogni giorno di bucato uno spiegamento di strumenti pronti per l'uso. Dalla sera di giovedì, che li poneva sotto il portico per ammollo, le tinozze piene venivano nella bella stagione portate sull’aia di venerdì mattina per dare più spazio al movimento ed alla lavorazione.

Nel caso di lenzuola, si stipavano con un determinato criterio –se ben ricordo, ben piegate- e dentro alla fine veniva versata la lisciva, consistente in cenere sciolta nell’acqua calda. La cenere non macchiava il bucato perché veniva messo un panno a protezione, sotto il quale la biancheria si imbibiva di questo liquido detergente filtrato che scioglieva ogni tipo di sporco e macchie. Era peraltro molto corrosivo e ricordo le mani di nonna e delle zie piene di piaghe. 

C’era poi la suddivisione tra bucato colorato che spesso includeva la roba da lavoro e la biancheria in generale: tovaglie, asciugamani e corredo intimo.  

Ricordo le mie donne chine sulla tinozza appoggiate curve sulla tavola, dove fregavano gli indumenti e smacchiavano con vigorose passate di spazzola di saggina dopo averla passata sopra il sapone. I primi tempi, dopo l’esodo, i soldi non erano tanti e si tentava di risparmiare fabbricando il sapone in casa, solo verso la metà degli anni ’60 si iniziò ad usare i saponi e detersivi commerciali.

Non mancava mai la famosa “varecchina” (ipoclorito di sodio) per disinfettare e sbiancare ulteriormente il bucato da  qualche macchia pervicace.  Infine dopo il risciacquo c’era sempre l’immersione dei bianchi nella tinozza dove era stato sciolto il “perlin”… una polverina blu indaco che esaltava maggiormente il bianco.

Il risciacquo non era cosa facile. La nonna portava secchio dopo secchio vicino al canale d’irrigazione, con le acque del Meduna che arrivavano gelide perfino in estate e lì sciacquava tutto per risparmiare i soldi dell’acqua e perché la pozza le dava agio di scuotere i panni e sciacquarli in acqua abbondante e corrente. La ricordo sempre d’inverno che si portava dietro anche la pentola dell’acqua bollente, dove di tanto in tanto immergeva le mani per riscaldarle dal rigore invernale e dal gelo dell’acqua di fiume. Solo verso la metà degli anni ’60 si comprò la lavatrice semi-automatica della Hoover.  Molto laboriosa, ma almeno le toglieva molta fatica e riposava un po’ le mani.



Nella grande vasca rettangolare si mettevano i panni in ammollo e poi a lavare e risciacquare, mentre nel cestello rotondo si centrifugava. Un grandissimo aiuto per tutte le massaie.

Mentre il venerdì era il giorno del bucato, il sabato era quello dello stiro e del rammendo. Ricordo la bisnonna china sulla biancheria che cercava di rammendare con piccoli punti, immancabilmente nella fretta i punti venivano anche grandi e questi erano denominati i “punti del sabato”, locuzione che si usava anche per indicare un lavoro fatto in fretta, perché tutto doveva essere pronto per la domenica giorno di riposo.

A casa nostra in città invece, mamma aveva due tinozze enormi di zinco, che poi furono sostituite con due di moplen (polimero appena inventato nel 1963 dall’ing. Giulio Natta,  premio Nobel per la Chimica) e che noi si chiamava volgarmente “plastica”. I tini di zinco pieni d’acqua erano pesantissimi e solo con quelli di moplen mamma  riusciva a gestire da sola il bucato.

La ricordo di venerdì mattina pronta dopo aver bevuto due moke da tre tazze di caffè, che si immergeva in questo massacrante lavoro: eravamo in cinque, anche se non ci si cambiava spesso come al giorno d’oggi, perché gli abiti erano pochi, le lenzuola e la biancheria erano sempre molto faticose da lavare. Mamma si massacrò fino al 1965 quando la nonna le regalò la lavatrice moderna. Non la semi automatica, ma proprio completamente automatica. Per mia madre fu una liberazione, si sentiva una “signora” a  solo riempire il cestello e farla andare. Rimaneva solo l’immersione dei panni nella soluzione con il “perlin” da fare a mano, in quanto allora le vaschette predisposte non includevano reparti per ammorbidenti o additivi. Restava anche il lavaggio a mano delle maglie di lana che tassativamente non potevano essere lavate in lavatrice, non essendoci programmi speciali, ma lo sforzo era diluito nel tempo.

Terribile specie d'inverno e con la bora, quando l'inceneritore del vicino ospedale spargeva nell'aria i residui della bruciatura lasciando sulla biancheria di mamma una sorta di corpuscoli neri, che si attaccavano sulle fibre e bisognava rilavare tutto! 

I bucati prima dell’avvento della lavatrice, per mamma, erano estenuanti. Con le moke di caffè prendeva anche le “cibalgine” per il mal di testa e la ricordo sempre il sabato con la testa fasciata per attutire il dolore che le prendevano braccia e spalle, con cervicale annessa, infiammate dallo sforzo prolungato, perché il bucato durava dalla mattina le 8.30 fino al primo pomeriggio, in quanto in mezzo c’era da preparare anche il pranzo e venirci prendere all’asilo e successivamente a scuola.

Lo stiro non era tutto rose e fiori i primi tempi esistevano due tipi di ferro, uno grande a carbone  piuttosto macchinoso, con la stiratura molto difficile perché era facile sporcare di carbone la roba e se era biancheria, ciò vanificava il duro lavoro di bucato.



Più maneggevoli invece i ferri piccoli e massicci di ferro, di cui si teneva due pezzi: uno lo si metteva a scaldare, l’altro lo si usava e si scambiavano quando si raffreddavano.


Questo che vedete è arrugginito, ma in realtà era di facile manutenzione con la lana d’acciaio da cucina si passavano e luccicavano.

Poi è arrivato il ferro da stiro elettrico, che aveva una resistenza interna fatta di piccole “avemarie” di ceramica ed una foglia di mica come conduttore. Era di facile manutenzione perché ricordo che nonno e  papà li sistemavano spesso.


Mamma usava i ferri da stiro piccoli di ferro i primi tempi, perché essendo sarta aveva bisogno di maggior peso per appiattire le cuciture di vestiti, cappotti ecc. Successivamente la nonna le regalò il ferro elettrico che costò una cifra in quanto era professionale e durò un sacco di tempo. 

Impensabile tutto ciò per le  generazioni moderne. Penso sempre con enorme riconoscenza all’inventore delle lavatrici perché ha distrutto una schiavitù immane per le donne ed è forse da annoverare tra le nostre maggiori conquiste. E che dire dei ferri da stiro di famiglia che hanno il vapore, una volta mera esclusiva delle "Puliture" (Lavanderie) dove si portava anche a "sfumare" le stoffe prima di confezionarle (si stiravano con il ferro a vapore) o a smacchiare capi delicati a secco. 

Attualmente si possono trovare lavatrici molto sofisticate, con un sacco di programmi per il tipo di bucato, la natura dell'indumento, le funzioni particolari, con l'oblò grande ed anche uno piccolo incorporato per inserire durante il lavaggio gli ultimi pezzi dimenticati e che quando finisce il suo lavoro ti avvisa con un'accattivante musichetta.  E che dire delle asciugatrici che hanno il pregio di evitare l'83% della stiratura ed ultimamente è previsto l'arrivo di un altro attrezzo magico : 




Tutta un'altra vita! 


sabato 22 aprile 2017

fine Aprile

Tutti parlano dei tempi freddi per la stagione: i contadini fanno i falò per riscaldare l'aria vicino alle viti in fiore. Tutto sta spuntando, ma la "brusa", il ghiaccio mattutino è in agguato e sembra che i Santi del Iazo siano stati anticipati, invece del 5 maggio, son venuti fuori per Pasqua.
E quest'anno avevamo da festeggiare perché anche per gli ortodossi, a Trieste, nella comunità dei Serbi, Russi, Lituani, Ucraini ecc. e dei Greci ricorreva la loro Pasqua. 


Invece il freddo ci ha colti di sorpresa. Le rondini non si sono viste, salvo qualche sparuta coppia. I passerotti e le cince cercano i grumi di grasso e semi che la gente mette sul balcone. 



Ed io mi son trovata in una mattina freddissima, quando la Bora tagliava l'aria, ad aspettare e mi son beccata raffreddore e mal di gola. 



Pazienza, se è il dazio da pagare per una buona stagione che arrivi. E comunque anche il fermarmi a casa mi fa pensare e ripensare alle cose che ho in piedi. 



Domani è San Giorgio: mi son sposata e mi son trovata casa in questo giorno, volevo far qualcosa di speciale, invece è meglio che non vado ad attaccar malanni a qualcuno :D 



Penserò a mio marito, che ormai manca da sei anni. Alla mangiata di pesce fatta in quel giorno... rimasta negli annali della famiglia. Mentre il tempo passa e ci invita a creare nuovi ricordi, a lasciare quanto di triste alle spalle, perché il passato è Passato. 



Buon San Giorgio. 





I popoli Rom e Serbi festeggiano San Giorgio il 6  maggio, perché nella tradizione usano ancora il vecchio calendario gregoriano. Ed è la festa della rinascita e della Primavera quando tutto e tutti si scrollano di dosso torpori e blocchi dell'inverno per rinascere con la Natura nel suo verde brillante e nella luce del Sole. 


sabato 25 marzo 2017

L'ora legale

Che l'ora legale porti un certo scombussolamento è innegabile, che tutti si lamentino, dormiremo un'ora di meno, è una scemata, perché ti alzi un'ora dopo! 
Eh, si, siamo arrivati all'ora legale, sembra ieri che allestivamo l'albero di Natale e stanotte si spostano le lancette dell'orologio: sta iniziando il viaggio verso la bella stagione. 
Come al solito, "non vedevo l'ora"  ... ho fatto la battuta... :D  perché la bella stagione ci porta fuori dal freddo, che mi pesa parecchio, ci porta le rondini, che amo svisceratamente per l'allegria di vivere che hanno, ci aiuta ad asciugare i panni, che d'inverno con le basse temperature è uno stillicidio. Insomma migliora il tenore della nostra vita, si tira tardi volentieri perché il corpo apprezza l'aria tiepida ed ha poca voglia di tornare a casa. 
Leggo che in parecchi posti piove ed il tempo è cupo, per fortuna qui a Trieste i giorni uggiosi si alternano equilibratamente al sole ed a metà giornata la temperatura sale fino a 20°.  
Buona Primavera a tutti! :D


mercoledì 15 marzo 2017

Primavera è alle porte

La primavera mi incanta sempre. Il mio spirito rinasce con la luce del giorno che si protrae per più ore. Amo alzarmi che albeggia, mentre solo un paio di mesi prima alla stessa ora era buio pesto e freddo, tanto freddo. 
L'aria più mite, i tramonti infuocati, le giornate di sole che ci danno un assaggio del tepore che arriverà, mi mettono allegria ed allora ho voglia di fare, di riordinare la mente e la casa, di pulire, di togliere orpelli ormai inutili e fare posto al nuovo. 
Fuori della porta ho appeso il cuore primaverile ed ho riposto il cestino con il pino ed il vischio dell'inverno. Domenica con San Giuseppe si farà festa e le famiglie usciranno per locali e per gite felici di stare assieme. 
Ancora poco ed in Aprile s'inizia ad andare al bagno, che qua da noi significa andare al mare a prender il sole e mettere i piedi nell'acqua salata. Speriamo che riaprano presto la Lanterna, il famoso stabilimento familiarmente denominato El Pedocin. 

mercoledì 4 gennaio 2017

Niki e Puffi

Questa è la storia di Niki e Puffi. 
Niki, lui, un setter inglese, molto melanconico, un po' malconcio, quasi cieco. 
Puffi, lei, una bastardina tra il bassotto e giù di lì, molto allegra, un botolo gioioso, con tanti padroni morti alle spalle. Poi è venuta in città e la sua vita è cambiata. Ha trovato nuovi umani ed l' amico Niki con cui giocare. 
Lei mossa da una fame atavica per un passato di badanti della sua umana che la trascuravano. Finalmente nella casa di Niki ha trovato il paradiso con i suoi umani. 
Lui seguiva il suo odore quando erano in strada perché non ci vedeva più. Lei divorava le sue crocchette e quelle di Niki, Niki la guardava e poi mugolava agli umani denunciando il mal tolto. Era arrivata al punto che si portava in bocca le crocchette dal salone alla camera da letto per masticarle senza farsi sentire dagli umani, che la rimproveravano per la sua voracità.
Lei lo leccava quando lui stava male e col muso lo incoraggiava ad alzarsi. Lei  protestava a vivo abbaio quando lui le montava sopra le zampe perché non la vedeva. 
Poi hanno cambiato casa. Sono stati separati. 
Una grave malattia ha minato Niki, che stava molto male. 
Puffi ha iniziato ad avere problemi di cuore. 
Ieri lei ha avuto un inferto alle 17.20 e lui è morto alle 17.30. 
Ora sono nel paradiso dei cani che sgranocchiano ossa che ormai non ce la facevano più a mangiare. Ma di sicuro so, che Puffi soffierà da sotto il naso a Niki quelli più gustosi, come faceva quando erano qui sulla Terra e vivevano assieme ai loro umani.